SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Guido Gobino – La Stampa 09.04.02

11/04/2013

Il profumo di nocciole tostate è assordante. Quello di cacao addirittura ipnotico. Seguo Guido Gobino, elegantissimo nel camice bianco, all’interno del laboratorio sotterraneo dove vengono alla luce i suoi capolavori di cioccolata. Capelli a spazzola brizzolati. Baffi sottili. Mani curate. Nei suoi occhi, si vede benissimo, arde lo stesso fuoco del bambino che a cinque anni fissava incantato i gianduiotti vestiti uno per uno dalle confezionatrici alle dipendenze del padre. In via Cagliari, al di là della Dora, le confezionatrici non ci sono più. Al loro posto, macchine fatte arrivare dalla Svizzera o dalla Germania. «Ma per imparare a lavorare come si deve il cioccolato, svizzeri e tedeschi vennero a Torino, duecento anni fa», mi dice l’artista dell’Amarissimo e del Turinot, il gianduiotto in scala 1:2 creato nel ’95 pensando alle madamine torinesi, che i gianduiotti formato normale li hanno sempre gustati in due tempi, spezzandoli a meta’. A Colonia, mi racconta, hanno anche

un museo del cioccolato, grande

quanto quello nostro dell’automobile e sempre affollato. Dentro ci sono perfino una serra con le piante del cacao e dei macchinari funzionanti, che permettono ai visitatori di comprare tavolette di cioccolata fabbricate sul posto. Da noi, che del cioccolato siamo stati i pionieri, se ne parla da anni: ma al massimo si riesce a organizzare una fiera. viagra for men for sale Il laboratorio sembra un locale notturno, pareti bianche, luci al neon e un reticolato di tubature zincate che corrono all’altezza del soffitto. Manca solo la pista su cui ballare la techno: come club sarebbe perfetto. Ma per il bene di tutti i sinceri amanti della cioccolata, ci si augura che non lo diventi mai. Guido Gobino passa qua dentro gran parte del suo tempo, insieme ai sette o otto operai specializzati che grazie al loro olfatto, al loro gusto e al loro sguardo ormai esperto sanno quand’e’ il momento di aiutare le macchine. «Vivendo in citta’ inquinate sviluppiamo poco l’olfatto», dice, annusando una nocciola. «Invece per noi è fondamentale, la prima sensazione ti arriva dal naso». Perché le nocciole non devono essere tostate ne’ troppo ne’ troppo using viagra video poco; e non di rado anche la bontà di un certo tipo di cacao purissimo viene avvertita solo grazie a narici opportunamente educate. In un angolo le pietre di granito di una mescolatrice frantumano le nocciole. Accanto, i cilindri d’acciaio di una raffinatrice riducono i frammenti in una farina dai granelli di 20 micron di spessore. Un po’ più in là, un’impastatrice aggiunge alla farina il burro di cacao,

trasformandola in crema. E quando la pasta e’ perfettamente omogenea, la temperatrice la porta da 41— a 24—, raffreddandola in modo da far stare «in piedi» i gianduiotti sul tappeto su cui sfilano in parata verso il tunnel frigorifero, il metal detector (per individuare e bloccare alla frontiera i gianduiotti che trasportassero qualcosa di sospetto) e infine la macchina confezionatrice, quella che ha

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sostituito le donne che lavoravano ai piani superiori nei favolosi Sessanta. Nel magazzino retrostante, ecco i sacchi di nocciole: che acquistate ogni anno a settembre, al primo raccolto, qui sono piemontesi al 100% e oleose tra il 56 e il 62%, dunque pregiatissime. «Ecco il nostro oro!», esclama orgoglioso Guido Gobino. «Tostare è un’arte, perché dal punto di tostatura dipende il sapore della nocciola e dunque del gianduiotto». Ne prende una. La apre. La annusa. Gli occhi gli si accendono. E noi la nocciola la tiriamo al massimo», mi dice, come se stesse parlando di una fuoriserie. Su uno scaffale ci sono un paio di uova di Pasqua. All’appello ne mancano quindicimila. Sparite tra le fauci dei bimbi torinesi (e dei loro congiunti). Anche se e’ tra settembre e dicembre che cialis 20mg lilly si fa il 60% del fatturato. «Quello che conta e’ riuscire a dare il tuo timbro al cialis daily cioccolato, cosi’ da farlo diventare inconfondibile. E il bello è fare dei blend, selezionare, ricercare. A Torino si fanno sempre e solo quei tre o quattro prodotti: fantastici, d’accordo, ma secondo me bisogna guardare avanti. Ho conosciuto due fratelli siciliani, producono le migliori marmellate d’arance del mondo. Mi piacerebbe dare vita insieme a loro e altri artigiani del gusto a un laboratorio dove ciascuno possa portare la sua cultura e dividerla con gli altri. Solo così c’è futuro». Guido Gobino, che quando crea un nuovo aroma di cioccolato ne regala 4 chili a certi amici fidati e a grandi chef per avere da loro un parere, e che parla del rispetto delle materie prime e dell’importanza di sapersi mettere in discussione e rinnovare, e della sindrome dell’artigiano, che ha sempre un po’ paura di essere troppo caro e di non riuscire a dare al cliente la perfezione, mi porge un caffè («per resettare il palato» ed esaltare i sapori) e mi offre un Turinot Maximo. «Senza latte, come nel 1860».

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