SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Istruzioni per l’uso – Bret Easton Ellis

Ora, non pensavo di affrontare l’argomento, ma tant’è: da quando ho tradotto BEE continuo a sentirmi dire o (il più delle volte) a leggere in Rete roba tipo: “questo romanzo segue il solito copione eastonellisiano” (è di oggi, a proposito di Venere in metrò) oppure “una specie di American Psycho torinese” (a proposito di Brucia la città). Bene, a questo punto vorrei precisare un paio di cose, o anche più,

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a beneficio dei miei eventuali esegeti futuri.

Primo: le marche, o se preferite le griffes, o se volete i brand. C’è chi dice che compaiono in Brucia la città e in Venere in metrò perché ho tradotto Ellis. Beh, se è per questo comparivano già in Tutti giù per terra e in Paso Doble, e non avevo ancora tradotto Ellis. Il fatto è che dagli anni Ottanta in poi abbiamo cominciato a chiamare certi prodotti usando le rispettive marche: il walkman era il Sony, le scarpe sportive erano le Adidas, i jeans erano i Levi’s, e via di questo passo. A un certo punto, ne sono abbastanza certo, anche da noi si è cominciato a sfoggiare una certa borsetta o un certo computer portatile, e a chiamarli “la mia Chanel” o “il mio Mac”. Infatti poi Naomi Klein ha scritto No logo. Se nel

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Paese delle Meraviglie compaiono meno marchi, è solo perché si tratta di un romanzo ambientato nel 1977. Dimenticavo: pare che a certi no-global arrestati dopo manifestazione anti-G8 la scientifica sia risalita

anche grazie ai marchi che indossavano, benché avessero il libro della Klein nello zaino (Eastpack).

Secondo: la cocaina e le droghe in generale, presenti in tutti i romanzi di Ellis da Meno di Zero in poi, e in effetti anche nei miei, da Tutti giù per terra in avanti. Beh, credete seriamente che si possa scrivere in modo onesto un romanzo ambientato nell’Italia di oggi senza che i personaggi facciano uso o perlomeno incrocino chi fa uso di tali sostanze? Il giorno che scriverò una storia ambientata nel Seicento in Baviera oppure contemporanea ma con un protagonista che nella vita fa il monaco Benedettino, allora prometto che non citerò né ketamina né bamba.

Terzo: le celebrità. Già, Ellis le ha messe in American Psycho e Glamorama, pare che negli USA facciano parte dell’immaginario collettivo. Qui da noi invece zero, eh? Nessuno che vada a cliccare sulle gallery dei quotidiani più autorevoli per vedere dove ha fatto shopping la Hunziker o che vestito indossava la Canalis, non un cane che vada d’estate a fotografare gli yacht all’ancora nella speranza di intercettare qualche cosiddetto Vip. Mi sono inventato tutto, anzi: ho copiato tutto da Ellis, perché l’Italia è un Paese serio, e in Italia non gliene importa niente a nessuno di frivolezze simili.

Quarto: il serial killer. Almeno per ora, non ho ancora scritto di un serial killer.

Quinto: da quando vengo accusato di copiare Ellis, ho cominciato a fare una cosa che fa Ellis: certi personaggi magari minori tornano da un romanzo all’altro. Trovo sia un modo divertente di ribattere in modo ironico e se volete anche auto-ironico a tutti quelli che sostengono la tesi che ha dato origine a questo post. Tra parentesi, anche quando mi cito nei romanzi nei panni dello scrittore Giuseppe Culicchia il mio intento è auto-ironico. Poi lo so che chi si prende sul serio viene anche preso più sul serio, ma che volete, ho fatto il commesso di libreria per dieci anni e per così dire ho visto le cose da un’altra angolazione.

In conclusione, aggiungo solo che da

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cercando di scrivere una sorta di ritratto antropologico del mio Paese. Per farlo uso la forma del romanzo. E di sicuro sto fallendo. Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Ho intenzione di provarci ancora. Fallire ancora. Fallire meglio. (Questa non l’ho copiata da Ellis, ma da Beckett. E dire che non l’ho mai tradotto). Cos’altro? Ah, già. Rock’n'roll.

 

3 risposte a “Istruzioni per l’uso – Bret Easton Ellis”

  1. h. scrive:

    Che poi, anche se fosse, non vedo quale possa essere il problema. Ellis ha sicuramente uno sguardo ‘americano’ che riesce a rendere perfettamente per immagini un’epoca specifica e tutte le sue contraddizioni. Secondo me in ‘Brucia la città’ non c’è tanto una “copia” quanto un’assimilazione. Ovviamente traducendo qualcosa ti sarà rimasto, ma sarebbe sciocco fare un facile sillogismo che non credo faccia onore né a te, né a chi ti muove la critica. Spesso le cose sono più complicate. Sempre. Anche quando si cita, si assorbe, si assimila e cose del genere.
    Infine, secondo me i pulpiti dai quali vengono le critiche vanno contestualizzati. Da torinese e lettore di Culicchia, trovo che i romanzi come ‘Brucia la città’, al di là dei giudizi di valore che uno gli può dare (non credo sia questo il punto, né la sede adatta), servono proprio per distaccarsi da una sorta di status-quo della produzione letteraria nostrana in cui si fa finta che esista solo lo stile e la realtà invece no, che sia quasi una cosa sporca che va guardata con diffidenza.

    • Giuseppe Culicchia scrive:

      Ciao h., ti ringrazio per ciò che mi hai scritto. Il problema di un libro come Brucia la città è che si tratta di uno specchio sotto forma di romanzo. E capisco che in quanto tale possa aver dato parecchio fastidio, tanto da desiderare di mandarlo in frantumi… la realtà di Gomorra invece funziona perché racconta una realtà per così dire “esotica”: non siamo noi, sono loro. Molto comodo. Molti applausi.

  2. h. scrive:

    Beh, certo, considerando che per molti di quelli che si riflettono nello specchio di cui parli, Torino è una città perfetta, che si sta evolvendo in maniera fantastica, che ha una vitalità pazzesca e guai a chi gli muove una critica. Io, invece, sono abbastanza sconcertato dal riduzionismo, il provincialismo e il campanilismo piccino che porta a un livellamento. Alla fine è una sorta di flatlandia culturale. Solo che spesso chi ne parla viene o percepito come ironico, o percepito come ‘nemico’.

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