SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia – Berlin Alexanderplatz

Aprire una libreria significa partire dal catalogo, ovvero dai fondamentali. Il primo libro a entrare nella LLGC è dunque uno di quelli che qui avete già visto fotografato tra i Consigli per gli Acquisti, Berlin Alexanderplatz di Alfred Doblin. In questo romanzo ineguagliabile, epico e insieme espressionista, c”è tutta Berlino com”era sul finire degli anni Venti. Ma Berlin Alexanderplatz, edito in Italia da Bur, sfugge alle categorie, sorprende ogni volta che lo si rilegge. Nelle sue pagine c”è tanta energia che pare scritto domani. Anche per questo la storia di Franz Biberkopf detto il Cobra, appena uscito di prigione e terrorizzato all”idea di essere di nuovo libero, resta unica, di una bellezza disperata e assoluta.

Di recente, su Tuttolibri, ho scritto:

 

“<<In Alexanderplatz buttano all’aria il marciapiede per costruire la metropolitana. Bisogna camminare sulle passerelle. I tram traversano la piazza, risalgono Alexanderstrasse, per la Munzstrasse fino al Rosenthaler Tor. A destra e a sinistra strade. Nelle strade, casa accanto a casa. E le case piene di gente, dalla cantina al solaio. In basso botteghe. Bar, ristoranti, negozi di frutta e verdura, drogherie, dolciumi, trasporti, decorazioni, confezioni per signora, farina e prodotti macinati, garage, assicurazioni contro l’incendio>>.

 

E” leggendo queste righe che, poco meno di vent’anni fa, decisi che dovevo assolutamente andare a Berlino, senza sospettare che al mio arrivo mi sarei imbattuto proprio lì, sulla spianata Alex, nel gigantesco edificio grigio in perfetto stile socialista che tutt’ora esibisce sull’enorme facciata e a caratteri davvero cubitali un omaggio a questo libro ineguagliabile. A Berlino, a Berlino, devo assolutamente andare a Berlino, mi dicevo, innamorandomi della capitale tedesca pur senza averci mai messo piede mano a mano che procedevo nella lettura di quel Meisterwerk insieme epico ed espressionista, chiedendomi che cosa avrei trovato della metropoli in cui nel 1929 vagava disperato ma irriducibile Franz Biberkopf detto il Cobra, appena uscito dal penitenziario di Tegel e terrorizzato all’idea di essere nuovamente libero, tanto da doversi costr

 

ingere a salire sul tram. Per tacere dei consigli e dei suggerimenti e delle raccomandazioni di tutti quelli che a Berlino c’erano già stati, addirittura prima del Muro oppure durante il Muro o come minimo subito dopo l’abbattimento del Muro, e che non appena menzionavo Berlin Alexanderplatz e il mio amore in absentia per Berlino mi ripetevano che dovevo andarci subito, prima che fosse troppo tardi, ovvero prima che tutti i vuoti lasciati dalla guerra venissero riempiti dalla chiusura dei mille e uno cantieri aperti nel corpo istoriato di cicatrici della città nuovamente capitale, e dunque prima che sparisse per sempre ogni traccia di Berlino Anno Zero, seicentomila edifici distrutti, settanta milioni di metri cubi di macerie, residuati anneriti dal fuoco e sfregiati dalle deflagrazioni e dalle raffiche di mitragliatrice un po’ dappertutto, come poi avrei verificato deambulando senza meta in specie a Mitte, lì dove un tempo c’erano il quartiere governativo e la Cancelleria e il bunker e negli ultimi giorni dell’aprile 1945 la Zitadelle difesa dal Kampfgruppe del Brigadefuhrer Mohnke. E poi com’era possibile che non avessi mai partecipato alla Love Parade del Doktor Motte? E ballato al Tresor? E messo piede al Kit Kat Club? Così, finito di leggere il romanzo di Herr Doblin, partii. Con la speranza di trovare da qualche parte, in un vicolo o in una bottega, almeno un frammento di quella Berlino, la Berlino tra le due guerre. E non appena uscito dall’aeroporto anziché dal penitenziario di Tegel, non presi un tram ma un autobus. E tutte le Berlino contenute da quella città bagnata da due fiumi e sette laghi di botto mi vennero incontro.

 

Scoprii che mi bastava uscire dalla casa in affitto nella Linienstrasse per fare colazione girato l’angolo all’Obst Und Gemuse sulla Oranienburger Strasse di fronte alla sagoma sventrata del Tacheles, lì dove nessun edificio era ancora stato restaurato, nessun lounge-bar era ancora stato aperto e nessun torpedone aveva ancora cominciato a scaricare comitive di turisti: tutto il Novecento, ormai in dirittura d’arrivo, riempiva gli occhi, e il profumo dei mille e uno cantieri saturava le narici. Berlino era uno smisurato catalogo o festival a cielo aperto d’urbanistica e architettura. Tutto conviveva con tutto e con il contrario di tutto. Jugendstil e Bauhaus. Liberty e Gotico. Neoclassico nazista e razionalismo socialista. Cortili e grattacieli. Biergarten e torri della contraerea. Viali a sei corsie e sentieri nel bosco. M’imbattevo nella Berlino di Wenders e Ganz lì dove i vuoti della Vossstrasse, interrotti dall’unico edificio rimasto in piedi dopo le bombe e i combattimenti, venivano inghiottiti dai cantieri immensi e dalle infinite gru della Potsdamer Platz, colate di cemento per riempire l’ex Terra di Nessuno di saldi & offerte & promozioni. Scivolavo nella Berlino di Bowie e Christiane F. vagando tra grumi verdi di tossici e vetrine sberluccicanti di sexshop e casinò intorno alla Zoologische Garten Bahnhof. Finivo nella Berlino di Hitler e Speer trovandomi al cospetto dei lampioni eretti da quest’ultimo nel bel mezzo del Tiergarten, lì dove la 17 Juni Allee fa posto alla Siegessaule. Intravedevo la Berlino di Benjamin e Isherwood negli Hackescher Hof appena restaurati e in certi caffè nei pressi di Savigny Platz. Andavo a sbattere nella Berlino di Honecker e Christa Wolf sbucando tra i colossi rivestiti di piastrelle della Karl-Marx Allee, per i berlinesi “il bagno di Stalin”, di lì a pochi anni scenografia ideale del film Goodbye Lenin. Ma dov’era di preciso la Berlino di Franz Biberkopf detto il Cobra, città di cui mi ero innamorato pur senza averla mai vista, che tra le due guerre contendeva a Parigi il titolo di metropoli più vivace d’Europa, Berlino la rossa che solo il Gauleiter Goebbels riuscì a far diventare bruna? Mi sembrava di coglierla nei fregi sulle facciate di certi edifici di Prenzlauer Berg, o nei volti degli operai al lavoro sulle strade di

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Wedding. Poi, una sera di giugno, bighellonavo lungo la Auguststrasse, e al numero 24 eccola lì. Lei. La Berlino che cercavo. La città ricostruita pezzo per pezzo, parola dopo parola, da Herr Doblin in Berlin Alexanderplatz. Arrivata fino a noi certo non intatta ma comunque riconoscibile sotto forma di sala da ballo. La Clarchen Ballhaus. Quel che restava di un palazzo guglielmino con tanto di biergaten, tra aiuole e vialetti di ghiaia, panche e tavoli di legno, e un salone sberluccicante d’oro e d’argento a piano terra, affollato di coppie elegantissime in abiti e calzature Anni Trenta. Sotto i lampadari illuminati, dame e cavalieri ballavano sognanti gli antichi successi di artisti come Erhard Bausche o Fritz Weber, Hilde Hildebrand o Fred Marley. Tutto merito del dj, che evidentemente sapeva dove scovare quei vecchi, meravigliosi 78 giri. Ai tavoli del ristorante, altri avventori cenavano a lume di candela nella sala da ballo aperta da Fritz Buhler nel 1913, frequentata a partire dall’estate successiva da soldati e ufficiali in licenza dai vari fronti

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di quella prima guerra mondiale in cui il proprietario doveva perdere la vita, e poi da generazioni di amanti del Tanz-Parkett, durante Weimar, il Terzo Reich, la DDR. Ed eccolo lì, Franz Biberkopf, col suo cappello da strillone, contento di bersi una birra al termine di una giornata di lavoro sulla Alex o dopo uno scontro tra SA e comunisti lungo la Torstrasse. Forse, tra le madchen volteggianti sulla pista, ce n’era una che avrebbe voluto invitare. Se lei avesse accettato, l’avrebbe portata di sopra, nella Sala degli Specchi, dove una quindicina d’anni più tardi le bombe avrebbero sbriciolato stucchi e frantumato specchi, e baciata. Peccato che, a quel punto di Berlin Alexanderplatz, Franz Biberkopf si ritrovasse con un braccio solo. Senza saperlo, ad ogni modo, ero capitato davvero in uno dei posti frequentati dal Cobra, citato da Herr Doblin nel suo romanzo con inequivocabili indicazioni topografiche. Un locale frequentato anche da Otto Dix, che nel 1931 ne disegnò la pubblicità. Oggi, al numero 24 di Auguststrasse, continuano a darsi appuntamento i berlinesi che come i loro avi non sanno star fermi quando sentono un tango o uno swing. Ogni volta che torno a Berlino, ci vado anch”io. Non per ballare, ma per tuffarmi negli anni Trenta e rivedere ancora Franz Biberkopf”.

Comunque. Quando mi capita la fortuna di scendere all”aeroporto di Tegel, nello stesso quartiere della prigione, per prima cosa prendo un taxi e mi faccio portare sulla Alex.

Una volta, proprio sotto la torre della TV o Fernsehturm, ho visto un vecchio senza una gamba, fermo con le sue stampelle, apparentemente indeciso sul da farsi. Era gennaio, il vento tagliente proveniente dalla Russia spazzava la piazza gelata e il vecchio indossava un cappotto grigioverde e un berretto di foggia militare. Avrei voluto chiedergli se per caso si fosse mai imbattuto in Franz Biberkopf, quando era giovane. Avrei voluto sapere come aveva perso quella gamba. Il tempo di decidermi a farlo, ed era sparito. Detto questo, come libraio oggi sono un po” logorroico.

 

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