SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia – Fiesta

Oggi alla LLGC è arrivato un bancale con mille copie di Fiesta. Lo so, Hemingway si atteggiava a macho e amava le corride e per certi versi era abbastanza vicino al ritratto che ne fa Woody Allen nel suo Midnight in Paris. Ma Fiesta ha cambiato per sempre la narrativa americana (e non) del Novecento, grazie a una prosa ineguagliabile e a dialoghi straordinari.


 

Molti anni fa a Parigi entrai alla Closerie des Lilas per chiedere dov’era solito sedere Ernest Hemingway. Ma non appena messo piede nel locale sul boulevard Montparnasse scoprii che la direzione aveva pensato bene di prevenire questo genere di domande: decine di targhette di ottone indicavano ai vari tavoli i posti prediletti dai Mostri Sacri dei Roaring Twenties e seguenti. Qua Pablo Picasso, là James Joyce, e accanto a loro tutti gli altri, Scott Fitzgerald e Dos Passos, Gertrude Stein e Tristan Tzara.

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Quanto a lui, Hemingway, malgrado le pagine diFesta Mobile in cui aveva raccontato come per trovare la concentrazione necessaria a scrivere dopo la nascita del primogenito Bumby avesse scelto di lavorare a un tavolo d’angolo accanto alle vetrine da cui si intravedeva la statua del Maresciallo Ney, la targhetta con il suo nome era stata applicata al bancone del bar. Quella scelta ai miei occhi ingenerosa costituiva una summa di tutti gli stereotipi della mitologia hemingwayana. Hemingway il beone, lo spaccone, il macho. Hemingway e le corride, le battute di pesca, i safari. Hemingway sempre pronto a tirare di boxe, inventarsi un cocktail, sparare a un’anatra. Hemingway lo specialista in guerre, tra cui la greco-turca, le due mondiali e la civile spagnola. Hemingway che amava vivere pericolosamente e aveva liberato da solo l’Hotel Ritz e si era sposato quattro mogli e concessosvariati flirt, da Marlene Dietrich a Jane Mason, giovane e bionda miliardaria incontrata in Africa, alla nobildonna veneziana che gli aveva ispirato Di qua dal fiume e tra gli alberi. Poi c’erano l’Hemingway antitedesco e quello che faceva battute sugli ebrei. E l’omofobo. E il filo-castrista, o forse l’anti. E quello che sosteneva di aver dato la caccia agli U-boot a bordo della sua Pilar. E il paranoico convinto di essere spiato dall’FBI (era vero, tra l’altro). Una folla di Hemingway, insomma, dal diciannovenne in uniforme militare fotografato in un ospedale di Milano al vecchio con la barba bianca e il maglione da pescatore immortalato dalle parti di Key West. E l’Hemingway scrittore? Quelloche alla Finca Vigia si ostinava a batteva a macchina in piedi e che alla Closerie e altrove si era

sforzato di scolpire sulla carta una prosa spesso straordinaria e dialoghi ineguagliabili, vedi gemme quali Un posto pulito, illuminato bene o Colline come elefanti bianchi o Le nevi del Kilimanjaro, o ancora Breve la vita felice di Francis Macomber, per tacere naturalmente di Fiesta o di Morte nel pomeriggio, un romanzo che all’epoca venne stroncato dalla critica marxista perché il futuro Nobel si opponeva alla letteratura come presa di posizione politica? Sparito, inghiottito dal personaggio e dalle suetante sfaccettature. Un personaggio che egli stesso d’altronde si era premurato di costruire in vita, facilitando l’opera di tanti biografi a cominciare da Scott Donaldson, Carlos Baker e dall’amico Aaron E. Hotchner, e agevolando il sarcasmo spesso feroce e non solo postumo di innumerevoli, volenterosi e non di rado interessati denigratori. Così, a cinquant’anni esatti dal suicidio di quello che al di là di tutto (e dunque anche delle mode e delle invidie letterarie e dei mutamenti del costume e dei costumi, tra cui l’avvento in epoca recente del politically correct: secondo recenti ricerche nell’ottica dei gender studies, Hemingway era semplicemente “un giovane disturbato”) resta con buona pace di tanti snob il maggior scrittore americano del Novecento: un uomo convinto che per uno scrittore la cosa fondamentale fosse lo stile, uno stile capace di durare nel tempo.

Ora, se c’è un libro che mi ha cambiato la vita è di sicuro Fiesta, di Ernest Hemingway. Avevo dodici anni, era estate, e cercavo qualcosa da leggere nella biblioteca di mia sorella Gabriella, di sei anni più grande. I miei libri li avevo letti e riletti, e sapevo tutto di Huck Finn e D’Artagnan, Tom Sawyer e Long John Silver, Peter Pan e Franti, Mowgli e Zanna Bianca, Oliver Twist e Sandokan. Alle elementari mi ero già letto tutta l’Enciclopedia Conoscere, compreso il volume degli indici, e tra i libri di mia sorella l’antologia Dal Mito alla Storia, su cui avevo scoperto l’Iliade e l’Odissea, e Piccole donne e Piccole donne crescono, che tra l’altro mi erano anche piaciuti. E dato che all’epoca stavamo a Grosso Canavese, un paese di novecento anime a una ventina di chilometri da Torino, ricco di prati e sentieri e alberi ma senza una libreria o una biblioteca, i libri bisognava ordinarli da Gino, il proprietario di una piccola bottega dove si trovava un po’ di tutto, dal formaggio alle bombole del gas passando per i pennarelli e i prodotti per l’igiene della casa. Naturalmente, dopo averli ordinati bisognava aspettarli,talvolta settimane. Per cui, avendo voglia di leggere qualcosa di nuovo, l’unica soluzione era guardarsi attorno. E’ così che quella mattina d’estate m’imbattei in Fiesta.

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L’edizione era quella degli Oscar Mondadori, con la copertina disegnata da Paolo Guidotti e la traduzione di Giuseppe Trevisani. Non sapevo nulla di Ernest Hemingway, non ero mai stato a Parigi e non avevo mai visto una corrida. Credo che ad attirarmi fu il titolo, scritto a caratteri rossi sotto il nome dell’autore. E quando lessi la prima frase, “Robert Cohn era stato campione dei pesi medi a Princeton”, non sapevo che avrei chiuso quel libro soltanto quella sera, dopo aver letto l’ultima, “<<Già>>, dissi io <<non è bello pensare così?>>”. Leggere Fiesta mi ha cambiato la vita perché quel giorno d’estate, mentre apparentemente mi trovavo da solo nella mia stanza a Grosso Canavese, in realtà andavo da Parigi a Pamplona con Jake Barnes e Lady Brett Ashley. Pagina dopo pagina, sentivo le loro voci, vedevo con i loro occhi. Risi e piansi con loro. Mi ci ubriacai perfino, anche se non sapevo ancora che cosa volesse dire. E quando credetti di doverli lasciare, perché la loro storia era finita e io avrei voluto continuare a stare in loro compagnia perché mi ero innamorato di entrambi, non solo per via di quello che avevano fatto ma innanzitutto per come si erano parlati, la cosa mi addolorò. Non volevo più avere dodici anni. Non volevo più vivere a Grosso Canavese nel 1977. Volevo averne venticinque, e vivere tra Parigi e la Spagna nel bel mezzo degli anni Ruggenti. Finché poi, a una certa ora, mi addormentai stretto a quella che ormai era diventata la mia copia di Fiesta. Fu solo svegliandomi il mattino successivo che

scoprii con grande meraviglia che i personaggi di quel libro erano rimasti con me. Non saprei dire quante volte in seguito, da ragazzo e poi da adulto, ho riletto

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Fiesta. Però so per certo che la prima volta in vita mia che ho desiderato scrivere una storia e creare dei personaggi e farli parlare come se fossero persone vere è stato quel giorno d’estate, vissuto con Jake e Brett. Spero ancora di riuscirci, prima o poi.

Cosa non si fa alla LLGC per vendere una copia…

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