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Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia – Caro sindaco, parliamo di biblioteche

“Mi piace pensare che in questo modo finiranno tutte le borse del mondo e che, allora sì, governeranno il pianeta per il bene di tutti”. Così il post-it lasciato da un cittadino bolognese in Sala Borsa, lì dove giusto dieci anni fa, all’interno di Palazzo d’Accursio, si inaugurava la nuova biblioteca civica della città felsinea. Raccolto da Antonella Agnoli, ex direttrice della biblioteca di Spinea, ideatrice di

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quella di Pesaro e nel CdA dell’Istituzione Biblioteche di Bologna, ma anche autrice di Le piazze del sapere (Laterza) e ora di Caro sindaco, parliamo di biblioteche (Editrice Bibliografica), un biglietto simile è insieme uno sberleffo allo Spread e un piccolo-grande manifesto

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di utopia. Ma non è forse utopia voler parlare di biblioteche ai sindaci italiani, oggi più che mai alle prese con debiti e derivati da puntellare per mezzo dei famigerati tagli di bilancio? “Vede, quando ho cominciato a pensare a questo libro per la collana Conoscere la biblioteca mi sono detta che il problema era trovare il tono giusto per sollecitare una classe politica insensibile. Ovvero, amministratori che tra tagliare un servizio per tutti come una linea di trasporto o una scuola materna e tagliare una biblioteca, preferiscono senz’altro penalizzare quest’ultima”. Si tratta di una pratica piuttosto diffusa. Perché? “Perché nel nostro Paese la biblioteca non è mai diventata veramente un servizio per tutti, specie al Sud, dove in realtà ce ne sarebbe più bisogno”. Lei intitola il primo capitolo del suo testo “Biblioteche per tutti o Google per tutti?”, e spiega come l’idea di fare a meno dei testi cartacei e della biblioteca

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come luogo fisico sia pericolosa: a cominciare dalla certezza e dalla stabilità delle collezioni, requisiti che nessuna biblioteca on-line potrà mai garantire. “A dire il vero, mentre portavo l’esempio della biblioteca di Filadelfia e riportavo come solo il 52% degli studenti americani sia in grado di valutare correttamente l’biettività di un sito Web e solo il 65% il suo grado di autorità, temevo che la prima parte del mio libretto fosse troppo futuribile per i nostri amministratori. E invece ecco che puntuale arriva anche da noi un dirigente che dice alla bibliotecaria che la biblioteca può essere chiusa: tanto ci sono Google e Wikipedia, l’i-Pad e il Kindle, e gli smart-phone, senza contare che i libri che escono sono per la maggior parte inutili, dunque meglio

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leggere e rileggere i classici, tanto si trovano gratis on-line. Allora ho capito che è proprio così: molti a questo punto pensano ci si possa davvero sbarazzare delle biblioteche”. Pare sia un problema di costi che non ci si può più permettere. “Nel nostro Paese il sistema del welfare è stato un forte ammortizzatore sociale. Ora però non lo è più, quindi le biblioteche devono diventare luoghi dove si aiutano i cittadini che hanno perso il lavoro, che non hanno ancora imparato a utilizzare Internet, che non sanno leggere l’estratto conto della banca o far fronte ai loro bisogni quotidiani: che si fa quando si ha bisogno di un sussidio e non si sa come chiederlo?”. Antonella Agnoli, che collabora con architetti ed enti locali per la progettazione di spazi e servizi e per la formazione del personale e ha contribuito alla creazione degli Idea Store di Londra, ha un atteggiamento pragmatico, e ai

sindaci propone tra le altre cose di usare anche i volontari, e affittare le biblioteche storiche per i matrimoni, puntando sul fund risinge sugli sponsor: “Alla San Giovanni di Pesaro ospitammo una cabina doccia di una ditta

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locale che suscitò molta curiosità tra gli iscritti. Qualsiasi biblioteca, su scala annuale, è frequentata da molte più persone di qualsiasi stadio”. Insomma: l’esatto contrario del vecchio stereotipo della biblioteca fatta di scaffali e volumi polverosi. Qualcosa che in Italia esiste già, per esempio a Settimo Torinese.

La Biblioteca Archimede di Settimo Torinese, inaugurata un anno fa all’insegna della multimedialità e del comfort con scelte architettoniche che hanno privilegiato i materiali naturali nell’area dell’ex Paramatti, fabbrica di colori e vernici riconvertita in fabbrica di cultura come usa da tempo in Europa, dalla Rote Fabrick di Zurigo alla Kultur Braurei di Berlino, è da questo punto di vista un esempio confortante. L’eterogeneità degli utenti, riscontrabile a vista d’occhio grazie al contrasto tra teste canute e acconciatute punk, studentesse in jeans e mamme col chador, testimonia a favore della scommessa fatta dall’amministrazione di questo comune della cintura torinese, già “dormitorio” durante gli anni ruggenti dell’industria automobilistica. “Con gli amici ci trovavamo al centro commerciale”, ammette Sara, quarta liceo scientifico. “Poi uno di noi ha scoperto questo posto. All’inizio non volevo saperne, poi tra un dvd e una chat ho scoperto la lettura”. E’ così che rispetto alla vecchia sede la biblioteca di Settimo ha raddoppiato il numero degli iscritti e dei prestiti, che da 70.000 sono arrivati a 140.000. “Per onestà devo dire che di questi 90.000 sono libri, per il resto si tratta di riviste, cd, dvd”, spiega il direttore Riccardo Ferrari. “Ma il vero lettore è solo chi legge libri? Da parte mia penso per esempio che sia importante anche riavvicinare il pubblico alla lettura dei quotidiani”. Che l’offerta di nuove tecnologie permetta davvero di agganciare nuovi lettori è un dato di fatto certificato da Sara e da tutti quelli che come lei non avrebbero mai pensato di mettere piede in una biblioteca, prima che le biblioteche si scrollassero la polvere di dosso. Racconta il direttore: “Noi ci siamo ispirati proprio agli Idea Store londinesi, a cominciare dall’orario di apertura, che va dalle nove alle diciannove e trenta dal lunedì al sabato, più la domenica pomeriggio. La nostra ambizione era diventare un luogo di socializzazione e di incontro, un tutt’uno con la piazza, per riuscire a far varcare la soglia della biblioteca a chi non ci aveva mai messo piede”. A Settimo hanno individuato due grandi categorie di utenti: ci sono gli studenti delle superiori e universitari, che arrivano anche da Torino e continuano a usare la biblioteca come un luogo di studio e di ricerca, e ci sono tutti gli altri, pensionati, bambini, genitori, italiani e non. “Magari vengono da noi per usare Internet o per noleggiare un film, poi però li ritroviamo tra il

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pubblico di un incontro organizzato in collaborazione con l’università o con il Museo del Cinema di Torino, o a curiosare tra i libri. Tutti trovano il loro spazio, in biblioteca, e sono convinto che questa sia la strada da battere per il futuro”. E di fronte ai ragazzi e alle famiglie che affollano l’ex fabbrica di colori e vernici c’è da crederci.

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