SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia – Fame

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Di sicuro Knut Hamsun, l’autore norvegese premiato nel 1920 con il Nobel per la Letteratura, non

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ha fatto in tempo a sapere nulla di Occupy Wall Street: quando mori’, nel 1952, i ragazzi di Occupy Wall Street non erano ancora nati. Ma che cosa c’entra uno scrittore nato in Europa nel 1859 con l’attuale crisi finanziaria? E perche’ mai chi fa parte di Occupy Wall Street o del movimento degli Indignados dovrebbe leggersi i libri di un signore free viagra che sul finire della sua esistenza aderì al nazismo senza nascondere la sua ammirazione per Hitler e per questo al termine della Seconda Guerra Mondiale venne rinchiuso in manicomio? Gia’, perche’?

Be’, un paio di ragioni ci sarebbero. Tanto per cominciare, perche’ e’ con i personaggi di Hamsun che, con qualche anno d’anticipo, inizia la letteratura del XX Secolo: grazie a romanzi come Fame, uscito nel 1890, o Misteri, pubblicato un paio d’anni piu’ tardi. I protagonisti di queste storie sono anarchici individualisti, insofferenti alle ideologie che di li’ a poco segneranno il Novecento e allo stesso tempo intimamente consapevoli della falsita’ del mito del progresso; decisi a sottrarsi a una contemporaneita’ che li ripugna, non esitano a trasformarsi in vagabondi, o come scrive Claudio Magris in viandanti. «Il viandante di Hamsun», si legge nella prefazione a Misteri del professore triestino, «e’ un intellettuale ultramoderno, un sensibilissimo interprete e precursore del nuovo». E se da un lato Hamsun anticipa quella disgregazione dell’io che di li’ a poco diverra’ oggetto di studio da parte della neonata psicanalisi, scrivendo pagine di incredibile efficacia dalle quali e’ possibile
affacciarsi direttamente sugli abissi spalancatisi nell’animo umano, dall’altro egli denuncia con un intuito e una lucidita’ impressionanti le patologie intrinseche all’odierna societa’ di massa. Il suo vagabondo non e’ solo il «flaneur» caro a Walter Benjamin, antieroe perdigiorno, libero e fannullone, ma e’ anche rissoso e testardo e indifferente al destino di sconfitta che vede profilarsi al termine del suo cammino. Per nulla ottimista, non si illude di poter cambiare il mondo: oggi come oggi non nutrirebbe alcun dubbio sul fatto che un giorno i cibi transgenici soppianteranno http://cialisvsviagra-toprx.com/ gli altri, considerati gli enormi profitti derivanti alle multinazionali dall’introduzione di quelle sementi brevettate e sterili che costringono i coltivatori a comprarne di nuove a ogni semina, invece di riutilizzare allo scopo una parte del raccolto com’e’ accaduto finora. E, allo stesso modo, non avrebbe molta fiducia nelle residue chances dell’umanita’ di non ritrovarsi presto o tardi a vivere in uno scenario alla Blade Runner: in barba alle leggi che da ultimo si propongono di porre dei limiti
etici a una sperimentazione scientifica gia’ ampiamente avviata non solo sulla strada della manipolazione del nostro codice genetico ma anche verso la vera e propria produzione di organi ed esseri «umani», cosa che di nuovo lascia intravedere immense possibilita’ da un punto di vista commerciale. Se nei libri scritti al tramontare dell’Ottocento la critica di Hamsun nei confronti del mondo moderno si rivolge chiaramente contro la civilta’ industriale e l’ideologia del progresso, la sua rivolta anarchica contro la societa’ nell’epoca della «riproducibilita’ tecnica» finisce con l’abbracciare nel 1912 la radicale scelta del protagonista del romanzo L’estrema gioia, che ad un certo punto della sua vita decide di lasciare la citta’ per la foresta. Per molti versi, queste e altre prese di posizione assunte dall’autore norvegese viagra for sale ebay appaiono naturalmente reazionarie, eppure non cosi’ distanti da quelle di chi oggi – soprattutto in Paesi come l’Inghilterra o la Germania, ma anche negli Stati Uniti – cerca di
impedire la costruzione di nuove autostrade e la conseguente scomparsa di altre aree verdi, andando a vivere sugli alberi che sorgono all’interno di esse o in gallerie scavate al di sotto della loro superficie. Gia’ in certe pagine di Hamsun, tuttavia, la Natura e’, piu’ che lontana, perduta. E per la Natura, che vede assediata dalla civilta’ fin dagli albori di quella che

si rivelera’ essere l’eta’ tecnologica, egli prova soprattutto una dolente nostalgia. Cio’ che colpisce di piu’ a proposito dell’opera di Hamsun sul finire del Novecento e’ dunque per cosi’ dire l’attualita’ della sua inattualita’; cosciente di combattere una battaglia perduta alla stessa maniera in cui l’io narrante di Fame procede febbricitante ma consapevole verso l’emarginazione, Hamsun sale ugualmente sui suoi alberi pur sapendo che non potra’ trovarvi salvezza ne’ salvarli. Ma e’ piu’ forte di lui: non puo’ nemmeno rassegnarsi. E non si fa troppa fatica a immaginare l’arrogante, indisponente, egoista, sarcastico, e insieme disperato ed euforico, generoso e crudele protagonista di Fame tra coloro che scendono in strada ad Atene o New York.

Hamsun non ha fatto in tempo a sapere nulla dei programmi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e di innumerevoli altre cose: dal disastro di Cernobyl alla comparsa dell’encefalite spongiforme, dalle mutazioni intervenute a causa dell’inquinamento delle acque in determinate specie marine all’effetto-serra che sta soffocando il Pianeta. Eppure, nota Magris, tra le sue righe «l’azzurro del cielo si rivela ozono, veleno mortale». Certo l’epica del ritorno alla terra presente in alcune delle sue opere minori potrebbe suonare retorica. Ma niente di tutto cio’ puo’ cancellare l’importanza che la sua inconfondibile voce ha avuto nella letteratura del Novecento. Una dozzina di anni fa, a Edimburgo, la «Rebel Inc.», piccola casa editrice scozzese che per prima all’inizio degli Anni Novanta aveva pubblicato i racconti di Irvine Welsh, lanciò la collana «Rebel Yell – Un secolo di classici undergroung». Tra gli autori in catalogo, Jack London, John Fante, Nelson Algren e Kunt Hamsun. «Kafka, Camus, Bukowski… l’anti-eroe di Fame li

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ha preceduti tutti», si leggeva nella presentazione del progetto editoriale. Per una volta non si trattava di un’esagerazione.

Da parte mia ho scoperto Fame, pubblicato in Italia da Adelphi, free samples of viagra grazie a Charles Bukowski. Quando l’ho letto me ne sono innamorato. E purtroppo non sono mai riuscito a ringraziare il caro vecchio Hank di persona.

 

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