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Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia – Racconti dell’Età del Jazz

All’indomani della sua morte, il New York Times scrisse di Francis Scott Fitzgerald che “era migliore di quanto egli stesso si ritenesse, perché in realtà e nel vero senso della parola inventò una generazione”. Ciò nonostante, quando nel 1940 morì d’infarto ad appena 44 anni, Fitzgerald era solo, povero e dimenticato da tutti, mentre la bellissima Zelda, l’unico amore della sua vita con cui all’alba dei Roaring Twenties aveva conosciuto una breve, assoluta, fragile felicità, viveva ormai reclusa nella clinica psichiatrica dove otto anni più tardi sarebbe perita in un incendio.

Nato il 24 settembre 1896 a St. Paul nel Minnessota in una famiglia di origini irlandesi abbastanza benestante e molto cattolica, Francis Scott Fitzgerald pubblicò il suo primo racconto a dodici anni sul giornale della scuola. Espulso a sedici anni a causa dello scarso impegno negli studi, cambiò istituto e finì per entrare a Princeton nel 1913. Nella prestigiosa università strinse presto amicizia con due studenti destinati a luminose carriere letterarie, Edmund Wilson e John Peale best online viagra source Bishop. Fu quest’ultimo a ispirargli pochi anni dopo il personaggio di Thomas Parke D’Invilliers in Di qua dal Paradiso, che uscito nel 1920 dopo essere stato accettato dall’editore Charles Scribner nell’autunno precedente diede al suo autore un successo straordinario e i mezzi economici per poter sposare Zelda Sayres, sublime incarnazione di quella particolare specie femminile conosciuta come Southern Belle.

Già, perché nel frattempo gli Stati Uniti avevano deciso di mettere da parte la Dottrina Monroe e l’isolazionismo ed erano entrati in guerra, inviando nel 1917 un corpo di spedizione in Europa, e come molti suoi coetanei Francis Scott Fitzgerald si era arruolato senza terminare gli studi universitari. Finito a Camp Sheridan per l’addestramento, aveva conosciuto l’incantevole e sofisticata Zelda, con cui poi si era fidanzato. La guerra tuttavia era terminata prima che lui potesse partire per la Francia, cosa che in seguito gli sarebbe pesata anche in relazione all’amicizia non priva di asperità con Ernest Hemingway, ferito sul fronte italiano e decorato per il suo coraggio, e lui si era trasferito a New York in un piccolo appartamento sulla Lexington Avenue, trovando lavoro come pubblicitario e continuando a scrivere racconti, cosa che aveva iniziato a fare negli anni di Princeton. Quando propose a Zelda di sposarlo, lei rifiutò, e ruppe il fidanzamento: non riteneva che lui potesse garantirle un tenore di vita adeguato. Così Fitzgerald tornò a St. Paul nella casa dei genitori, e lì riscrisse il libro che in un primo momento Scribner’s gli aveva rifiutato, L’Egoista Romantico, trasformandolo in Di Qua dal Paradiso. Pubblicato nel marzo del 1920, il romanzo che dipingeva la giovane generazione uscita dalla guerra e alle prese con l’emancipazione femminile e il proibizionismo e la gran voglia di divertirsi scatenata tra le altre cose dal suono di una “musica da negri” giudicata scandalosa da molti benpensanti, ovvero il jazz, diventò il caso letterario dell’anno. Improvvisamente, mentre le ragazze si accorciavano le gonne come i capelli tagliati alla Louise Brooks e osavano fumare in pubblico per poi indossare calze color carne e frequentare gli speakeasy, locali clandestini dove circolavano gli alcolici e si ballava il charleston perfino sui tavoli, mentre Gloria Swanson diventava la star del muto per la Paramount recitando anche a fianco di Rodolfo Valentino nei film di Cecil B. DeMille su set da allora in poi hollywoodiani, e mentre Al Capone girava per Chicago con una scorta di diciotto guardie del corpo che lo accompagnavano anche a teatro rigorosamente in smoking, Fitzgerald divenne l’autore del momento. E Zelda, la sua Southern Belle, lo sposò.

Iniziarono allora anni folli e meravigliosi, contrassegnati da tuffi nelle fontane di New York e corse per la città fatte sul tetto di un taxi; anni di viaggi attraverso gli Stati Uniti e l’Europa fra transatlantici e alberghi di lusso e

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soggiorni a Parigi o in Costa Azzurra in compagnia non solo degli espatriati della Generazione Perduta, così etichettata da Gertrude Stein, come gli Hemingway e i Dos Passos, ma anche di Picasso e dei coniugi Gerald e Sarah Murphy, ricchi compatrioti con casa a Cap d’Antibes che intanto avevano convinto i proprietari dell’Hotel du Cap a tenere aperto anche d’estate così da ospitare i loro amici, dando inconsapevolmente il via alla moda delle vacanze estive; anni ebbri di felicità e di champagne, in cui la coppia destinata a simboleggiare un’epoca poi diventata leggendaria davvero viveva casino ogni giorno come se fosse una festa.

Ciò nonostante, in un modo o

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nell’altro Fitzgerald trovò il tempo per scrivere il suo secondo romanzo, Belli e Dannati, cui inevitabilmente non riuscì di replicare lo straordinario successo dell’esordio. E per sostenere le spese sempre più ingenti e dissennate di quell’esistenza in stile high-society, spese che giorno dopo giorno e anno dopo anno continuavano ad aumentare malgrado Parigi e in generale l’Europa fossero meno care rispetto agli Stati Uniti, Fitzgerald si sforzò di ritagliarsi anche il tempo necessario per continuare a scrivere quei racconti che, pubblicati fin dal 1920 su riviste come “Vanity Fair” o “Metropolitan” o “The Smart Set”, gli consentivano di non affogare definitivamente nei debiti contratti anche con il suo agente Harold Ober o con il suo editor presso Scribner’s, il celebre Maxwell Perkins, malgrado gli introiti non indifferenti che gli venivano dalle vendite dei libri e dalla cessione dei diritti cinematografici delle varie opere.

Fu così che tra Belli e Dannati, pubblicato nel 1922, e Il Grande Gatsby, uscito nel 1925, Fitzgerald diede alle stampe, sempre per Scribner’s e pochi mesi dopo l’arrivo in libreria del secondo romanzo, questi Racconti dell’Età del Jazz. Dato che in realtà si trattava di una raccolta eterogenea di storie assai diverse tra loro e in nessun caso inedite, Fitzgerald pensò bene di dare un’unità al libro scrivendo una breve introduzione per ciascuno degli undici racconti, spiegandone l’origine e il contesto e in certi casi divertendosi a narrare le reazioni raccolte dopo la loro pubblicazione, e decise allo stesso tempo di scandire il tutto in tre movimenti o capitoli, intitolati rispettivamente Le Mie Ultime Maschiette, Fantasie e Capolavori Sparsi. Da un punto di vista cronologico, nel 1920 erano usciti Il Fannullone (sul Metropolitan Magazine), Il Posteriore del Cammello (sul Saturday Evening Post), Primo Maggio (sullo Smart Set), La Vasca Rosa (sullo Smart Set), La Feccia della Felicità (sul Chicago Sunday Tribune), Il Signor Icky (sullo Smart Set); nel 1921, era stata la volta di Tarquinio a Cheapside (sullo Smart Set), La Strega dai Capelli Color

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Ruggine (sul Metropolitan Magazine), Jemina, la Ragazza di Montagna (su Vanity Fair); mentre nel 1922 era toccato a Il Diamante Grosso Come l’Hotel Ritz (sullo Smart Set) e Lo Strano Caso di Benjamin Button (su Collier’s). Da notare come sia Tarquinio a Cheapside sia Jemina, la Ragazza di Montagna, risalissero agli anni cialis used to treat bph di Princeton: ma al di là della frenesia che improntò quello scoppiettante, irripetibile 1921, Fitzgerald durante quei mesi lavorò soprattutto alla stesura e alla revisione di Belli e Dannati.

Non credo che da parte sua sospettasse anche solo lontanamente, mentre scriveva questi racconti, che un giorno sarebbero diventati veri e propri classici. Lui, il massimo cantore degli Anni Ruggenti, diventato una celebrità letteraria e un modello irraggiungibile per tanti suoi coetanei a soli ventiquattro anni, si costringeva a scriverli malgrado nel contempo fosse impegnato dalla stesura di un romanzo, e si trovasse a bordo di quell’ottovolante che era diventato soprattutto a causa dell’alcool il suo matrimonio con Zelda, innanzitutto perché aveva un eterno, assillante, disperato bisogno di soldi. Non c’è dunque da stupirsi se proprio il denaro e in genere i danni morali provocati dalla ricchezza siano tra i temi che riccorrono con più frequenza in queste storie. Fitzgerald sapeva bene di essere affascinato dai ricchi, e insieme era consapevole della corruzione esercitata dai soldi. Inoltre, aveva sempre presente, come un oscuro presagio, l’estrema fragilità propria della felicità umana, sempre perseguita anche con ostinazione e con coraggio e talvolta con sprezzo del ridicolo dai suoi personaggi e ogni volta irrimediabilmente perduta, così che quello della perdita della felicità è l’altro tema che informa tutta la sua opera. Non poteva naturalmente prevedere la fine amarissima che avrebbe fatto la coppia formata da lui e da Zelda, a lungo sotto la luce dei riflettori di quel decennio magico; e non aveva idea né della sorte crudele che lo attendeva, né della morte orribile cui sarebbe andata incontro un giorno la sua Southern Belle; eppure, fin dal primo istante della loro unione, dal primo sguardo scambiato a Camp Sheridan, da qualche parte dentro di sé molto probabilmente sapeva.

Così, ecco Il Diamante Grosso Come l’Hotel Ritz, satira feroce che vede al centro della storia una famiglia avida e ricchissima, isolata dal resto del mondo e talmente gelosa della propria grottesca ricchezza da far uccidere gli ospiti dei figli pur di non essere scoperta, salvo poi cercare di corrompere coi diamanti perfino Dio, nel momento in cui il rifugio dorato in cui ha scelto di vivere viene violato dall’esterno; e non è certo un caso che la famiglia di plutocrati in questione si chiami Washington, visto che simboleggia gli stessi Stati Uniti, il loro materialismo e il loro isolazionismo. Ed ecco d’altro canto i protagonisti di La Feccia della cialis 5mg online canada Felicità, giovani, sognanti, innamorati, che s’illudono di sfuggire a quella che per Hemingway, secondo cui tutte le storie che durano abbastanza a lungo sono destinate prima o poi a finire in tragedia, era una legge ineluttabile, e dopo aver toccato con mano la felicità vedono sprofonare da un giorno all’altro il loro mondo, senza poter fare alcunché per opporsi al proprio destino finiscono più o meno forzatamente per accettarlo; col suo rovesciamento del lieto fine, una storia davvero poco hollywoodiana. Ma tra le Storie dell’Età del Jazz si può trovare di tutto: l’amore non corrisposto e il lasciarsi vivere di Il Fannullone; il desiderio di libertà e il sogno di vitalità che contrastano con lo squallore della vita di ogni giorno e con la rinuncia alle speranze balenate nel corso della gioventù di La Strega dai Capelli Color Ruggine; il mistero della vita e della morte visto viagra 100mg vs cialis 20mg dalla prospettiva

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insolita dell’esistenza vissuta al contrario dal protagnista di Lo Strano Caso di Benjamin Button; i temi sociali, l’orrore della povertà e ancora la corruzione insita nella ricchezza di Primo Maggio. E così via, fino ai divertissement giovanili, costati tuttavia una gran fatica allo studente di Princeton che sognava più di ogni altra cosa al mondo di diventare scrittore, come Tarquinio a Cheapside o Jemina, La Ragazza di Montagna.

In molti casi, vedi Il Posteriore del Cammello, scritto nell’arco di una notte, si tratta di racconti basati su fatti realmente accaduti; altre volte è facile oggi intravedere parti anche largamente autobiografiche in storie solo in apparenza frutto di fantasia, come nel caso di La Vasca Rosa; in tutti questi racconti, e in definitiva in tutte le pagine scritte da Fitzgerald, c’è sempre però qualcosa di Zelda. Che da parte sua, a un certo punto, parlò apertamente di plagio da parte del marito, visto che questi non si limitava ad appuntarsi dialoghi e battute della moglie, black cialis online ma andava in cerca di materiale tra i suoi diari e le sue lettere. Anche Zelda un giorno si mise a scrivere, e con grande disappunto di Scott, che considerava “suo” quel materiale costituito dalla loro vita, pubblicò un libro, Lasciami l’Ultimo Valzer, che fu motivo di dissidio tra i due.

Dopo questi racconti venne come si è detto Il Grande Gatsby. Poi, a quasi dieci anni di distanza, Tenera è la Notte. Nel mezzo altri racconti, e infine, postumi, Gli Ultimi Fuochi e Crepuscolo di uno Scrittore. Un giorno, a Hollywood, dove dopo il ricovero di Zelda e il dissesto finanziario cercava di guadagnarsi da vivere come sceneggiatore, Francis Scott Fitzgerald entrò in una libreria in cerca di uno dei libri meravigliosi che aveva scritto in gioventù, e scoprì che nessuno si ricordava più di lui. Erano trascorsi, dal momento della sua massima gloria, appena vent’anni. Impossibile non pensare a lui come a quello che Fernanda Pivano ebbe a definire “il tipico personaggio fitzgeraldiano per il quale la ricchezza non è che un’illusione di gioventù e la gioventù non è che un sogno”. Da parte mia, ho scoperto come tanti Francis Scott Fitzgerald da ragazzo, e l’ho amato come pochi altri scrittori. E ogni volta che rileggo certe sue pagine, mi commuovo pensando a chi le ha scritte, oltre che per la loro ineguagliabile bellezza.

2 risposte a “Libera Libreria Giuseppe Culicchia – Racconti dell’Età del Jazz”

  1. Valentina Contarino scrive:

    Incontrai i coniugi Fitzgerald così, per caso, tra gli scaffali di una libreria e uno titolo che non mi diceva nulla:”La morte della farfalla”. Io che le farfalle le amo e di curiosità mi nutro decisi di acquistarlo, così, senza alcun motivo. Cosa molto rara. No, non sono una di quelle lettrici che compra “a copertina”. Da allora è cominciato tutto. Gioco-forza tra scrittura d’alto rango, che amo molto, e Jazz, genere musicale al quale sono praticamente devota da ancor prima di averne memoria. Questa raccolta (Racconti dell’età del Jazz), che finisco di leggere proprio stasera mi lascia decisamente svuotata di pensieri futili e colma di riflessioni che accompagneranno la mia insonnia. Diversi quelli che definirei “preferiti”, tutti affascinanti e veri. Quasi espressionistici, per dirla con la pittura. Ma… sono arrivata qui per caso. Ho letto il pezzo dedicato a F. Scott Fitzgerald e volevo semplicemente dire che è molto molto bello. Lieta di esservi inciampata.
    Arriverderci,
    Valentina Contarino

    • Giuseppe Culicchia scrive:

      ciao Valentina, credo che mai coppia fu più felice e più disperata. Ho molto amato Midnight in Paris anche per la scena in cui il protagonista dice a Zelda tranquilla, Scott ti ama da impazzire o qualcosa del genere. Su googleimages si trova tra le altre la foto della loro tomba: sono sepolti assieme e sulla lapide è incisa l’ultima frase del Grande Gatsby… grazie per avermi scritto! ciao gc

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