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Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia

Bene. Ho deciso. Da oggi torno a fare il libraio.

Quando nel 1990 uscirono i miei primi cinque racconti nell’antologia Papergang Under 25 III curata da Pier Vittorio Tondelli (gliene avevo dati una decina quando l’avevo incontrato al Salone del Libro dell’anno precedente, dove avevo lavorato alla reception) facevo il commesso in una libreria. Continuai a fare il commesso nella stessa libreria anche mentre, su suggerimento di Tondelli, scrivevo il romanzo che poi sarebbe uscito con il titolo Tutti giù per terra, ma che in un primo momento avevo intitolato Venere di Milo, in omaggio alla ragazza che compariva nelle ultime pagine del libro, che “sembrava disegnata da Milo Manara”. E dato che dopo la morte di Tondelli l’avevo mandato prima di tutto alla Transeuropa, la casa editrice degli Under 25, che però me l’aveva rifiutato alla pari di una serie di editori a cui l’avevo mandato in seguiti e da cui avevo iniziato a ricevere le classiche lettere di rifiuto, mi ero detto che forse per riuscire a pubblicarlo avrei dovuto conoscere la persona giusta, che però non conoscevo, perché l’uscita di Papergang non mi aveva come si dice “spalancato le porte” dell’editoria: non si era ancora scatenata l’attuale caccia all’esordiente. Dato che all’epoca scrivevo ancora prima a penna e poi a macchina, un pomeriggio entrai in una cartoleria e vidi un manifesto che reclamizzava il Premio Montblanc, destinato agli Under 40: chi avesse il famoso manoscritto nel cassetto veniva invitato dalla celeberrima marca di penne tedesche a inviarlo alla giuria del concorso, formata da sette editori che di anno in anno si alternavano nella pubblicazione del vincitore. Fu così che nel 1994 esordii con Garzanti, a cui non avevvo mandato il libro perché mi sembrava un editore troppo serio (infatti venne pubblicato dall’allora direttore editoriale Gianandrea

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Piccioli come primo titolo di una nuova collana in brossura che prima non esisteva, e poco prima dell’uscita del libro Livio Garzanti vendette la casa editrice, coincidenza certo casuale ma che allora trovai buffa), e che constatai come in effetti si potesse anche arrivare a pubblicare senza

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la classica “raccomandazione”. E fu così che quando infine uscì il romanzo, a cui nel frattempo avevo trovato il titolo Tutti giù per terra perché Venere di Milo non piaceva all’editore, una mattina me lo vidi saltar fuori dagli scatoloni perché facevo ancora il commesso in una libreria.

Buongiorno signora. Desidera signora? Arrivederci e grazie signora. Funzionava così. Niente di più. Poi però, con l’uscita del romanzo, per quegli spiritosi dei miei colleghi

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diventai uno “scrittore”. Il problema era che non vendevo polli o maglioni. Lavoravo in libreria. Vendevo libri. In un posto del genere poteva risultare imbarazzante sentirsi chiamare “scrittore”. Soprattutto quando una delle suddette signore entrava con un cane e il cane sporcava.

“Scrittore!” sentivo urlare da quello alla cassa. “C’è da far sparire quella cosa dal pavimento, subito!”

Io a quel punto arrivavo con paletta e segatura. La gente alzava gli occhi dai libri e mi guardava. Scrittore? Per fortuna all’inizio nessuno sapeva che il nome sulla copertina era il mio. Ogni tanto qualcuno mi chiedeva un consiglio.

“Senta, ho letto da qualche parte che è uscito il romanzo di un certo Clonicchia, Topicchia…”

“Forse Culicchia?”

“Sì, lui. Come si intitola?”

“Tutti giù per terra”.

“Lei lo ha letto?”

“Non proprio”.

“Ma me lo consiglia?”

“Be’, dipende”.

Magari in quel momento stavo mettendo a posto lo scaffale dei classici.

“Certo ad esempio Melville è molto meglio”.

“Allora mi dia quello”.

Ma sono bastate un paio di interviste con tanto di fotografia a quotidiani o settimanali e una breve apparizione in tivù.

“Ehi, sa che l’ho già vista da qualche parte?”.

Era la stessa signora col cane di qualche giorno prima.

“Be’, sono cinque anni che viene qui col suo adorabile Yorkshire, signora”.

Intanto notavo che come al solito il mini-quadrupede vagava

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inquieto per la libreria.

“Però io prima non l’avevo mai vista! Invece l’altra sera in televisione sì! Posso chiederle un autografo?”

Prendevo un pennarello e le firmavo la confezione famigliare di cibo per cani che le spuntava fuori dalla borsetta Chanel. Sulla confezione notavo una scritta: YOGURT ALLE PRUGNE CON AGGIUNTA DI FIBRE VEGETALI. Che strano.

“Scrittore!”.

Per un attimo avevo perso di vista la simpatica bestiolina.

“C’è da far sparire quella cosa dal pavimento! Subito!”

Dopo il passaggio in tivù, qualcuno il libro lo comprava anche. A volte il giorno successivo ritornava.

“Ehi, sa che ho letto il suo romanzo?”

Mi chiedevo se per caso non rivolesse indietro i soldi.

“Fino a che punto è autobiografico?”

“Be’, meno della metà. Piuttosto è il tentativo di scrivere una biografia generaz…”

Non facevo in tempo a finire la frase.

“Che pena! Lei è proprio tanto sfortunato! Ci fosse anche solo un terzo di autobiografia bisognerebbe compatirla comunque!”.

Pensare che non gli avevo neanche risposto <<Madame Bovary c’est moi>>. Via uno ne arrivava un altro.

“Ehi, lei, sa che ho letto il suo romanzo?”

Mi limitavo a sorridere aspettando la prossima domanda. “Fino a che punto è autobiografico?”

“Be’, meno di un terzo. In effetti è il tentativo di scrivere una specie di biografia generaz…”

Non riuscivo a finire la frase.

“Che pena! Non ho mai conosciuto nessuno tanto sfortunato! Ci fosse anche soltanto un capitolo autobiografico bisognerebbe compatirla, mi creda”.

Certi giorni cercavo di nascondermi in fondo alla libreria, dietro gli scaffali. Non c’era verso.

“Ehi, volevo dirle che ho letto il suo romanzo”.

Abbozzavo la parvenza di un sorriso. Speravo in qualche curiosità tecnica, o in una domanda riguardante le mie letture.

“Dica la verità: fino a che punto è autobiografico?”

“Be’, appena un paio di pagine. Per il resto è in tutto e per tutto un’opera di fantasia. Semplicemente, ho tentato di scrivere una biografia gen…”

“Che pena! Che pena! E che sfortuna! Ci fosse anche solo UNA pagina autobiografica bisognerebbe compatirla senz’altro”.

E dire che non avevo scritto la Metamorfosi di Kafka. Chissà se dicevano le stesse cose anche a lui. Ogni tanto chi non era ancora riuscito a farsi pubblicare veniva a chiedermi qualche suggerimento.

“Ehi, ho saputo che a uno come lei hanno accettato un libro… Senza offesa, oggi pubblicano proprio tutti”.

“Già”.

“Ma mi dica, chi glielo ha scritto?”

“Nessuno”.

“Quanto ha pagato?”

“Niente”.

“Ha dovuto vestirsi di gomma nera e riempire di staffilate qualcuno?”

“No”.

“Si è prestato a venire staffilato”.

“Neppure”.

“E allora come ha fatto? Io sono vent’anni che riscrivo lo stesso romanzo e continuo a ricevere soltanto rifiuti”.

“Provi a cambiare romanzo. Oppure provi a cambiare editore”.

“Ma che editore e editore! Li conosco tutti di persona ormai, faccio il giro degli stand ad ogni Salone del Libro. Ne ho anche minacciati un paio fisicamente. Niente da fare”.

“Qual è la trama del suo libro?”

“Una nonna che vola confida in una lettera i suoi poteri al nipotino. Spaventato il bambino muore. Lei vola da Johannesburg, dove abita, sino a Helsinki, dal nipotino. Lì se lo carica sulle spalle e sempre in volo torna in Sud Africa per seppellirlo”.

“Effettivamente

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non capisco perchè glielo abbiano rifiutato”.

A un certo punto sono uscite alcune recensioni. Anche chi aveva soltanto sfogliato il libro ha potuto dirmi la sua.

“Ho letto che nel suo romanzo manca l’eroe positivo!”

“Credo di sì”.

“Il suo protagonista non si impegna, non lotta, non va ai cortei come noi nel ‘68! Lei non dà nessun messaggio di speranza”.

Guardavo il mio interlocutore. Il suo completo era Giorgio Armani. Camicia Ralph Lauren, cravatta Ferragamo, occhiali Persol. Ai piedi un paio di Tod’s.

“Ha ragione. Nessuna speranza”.

Non mancava chi credeva di essere stato offeso da quello che avevo scritto.

“Ho letto che nel suo romanzo lei ce l’ha con i gay”.

“No, è solo che mentre al protagonista piacerebbe tanto avere una ragazza, nel libro soltanto gli uomini si innamorano di lui. Quello degli omosessuali non è che un pretesto, fa parte del meccanis…”

“EPPURE IO HO LETTO CHE LEI CE L’HA CON I GAY, E OLTRETUTTO DEVE A TONDELLI LA PUBBLICAZIONE DEI SUOI PRIMI RACCONTI! BELLA RICONOSCENZA!”

“Scusi, ma lei ha letto anche il libro?”

“NON PERDO CERTO IL MIO TEMPO CON GLI INTOLLERANTI, IO!”

Non facevo in tempo a ribattere.

“Scrittore! C’è da far sparire quella cosa dal pavimento, subito!”.

Così, seppure a malincuore, tre anni e tre romanzi dopo lasciai la libreria. Già, perché intanto erano usciti Paso Doble e Bla bla bla, e avevo cominciato a collaborare con i quotidiani, prima con il manifesto, poi con Repubblica e quindi con La Stampa, e avevo scoperto che il mestiere di scrittore era un po’ più movimentato di quanto non avessi immaginato fino a poco prima. Uno scrittore non poteva limitarsi a scrivere quel che aveva da scrivere. Doveva anche girare in lungo e in largo prima l’Italia e poi magari l’Europa e nei casi più fortunati addirittura il mondo per promuvere quel che aveva scritto. Ma non solo. Perché poi c’era la parte di promozione che passava per le interviste in radio o alla tivù. E poi c’erano i festival di letteratura e i mesi dedicati alla lettura. E poi c’erano le colazioni e gli aperitivi letterari. E poi c’erano le merende e le cene sempre letterarie. E poi c’erano i parchi e i viaggi ancora letterari. E poi c’erano i convegni e i dibattiti tra scrittori o dov’era comunque prevista la presenza di almeno un autore. E poi c’erano i saloni del libro e i corsi di scrittura. E poi c’erano le inaugurazioni e le premiazioni alla presenza dell’autore. E poi c’erano i reading in teatro o in biblioteca e le serate in piazza o in discoteca con l’autore. E poi c’erano i giri in tram e le okkupazioni scolastiche con l’autore. E poi c’erano gli incontri dei bambini e degli anziani con l’autore. E poi c’erano le mattinate in ospedale oppure in carcere con l’autore. E poi c’erano le passeggiate e le arrampicate con l’autore. E forse c’erano anche le nuotate e le immersioni con l’autore. E probabilmente c’erano anche il rafting e il lifting e il bird-watching e

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il bungee-jumping con l’autore. Di modo che, esaurite le ferie e constatato che non riuscivo a tenere assieme le cose nemmeno con il part-time, un giorno mi decisi e lasciai

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il famoso posto fisso per avventurarmi in quella che dopotutto è la più antica forma di precariato. In tutti i sensi.

Tuttavia… ogni volta, quando entro in una libreria, ripenso a quando facevo il commesso di libreria. E al fatto che, innamorato com’ero dei libri, nel momento in cui arrivavano due o venti scatoloni di rifornimenti o novità li aprivo come quando da bambino aprivo i regali di Natale sotto l’albero. Malgrado la fatica e la polvere e i turni domenicali, il mestiere di libraio mi è sempre mancato. E mi rattrista vedere oggi certi librai costretti a trasformarsi in magazzinieri o vetrinisti, perché con tutto il rispetto per magazzinieri e vetrinisti un tempo i librai erano liberi di ordinare ed esporre ciò che volevano in base ai loro gusti, alla loro esperienza e alla loro capacità di cogliere i desideri e i bisogni dei clienti, mentre oggi che tante librerie sono “di catena” sta ai computer della sede centrale decidere quali libri entrano in libreria, e le vetrine vengono affittate.

Il questa Libera Libreria invece no.

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