SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia – Post Office

10/11/2012

 

Poco prima della sua scomparsa, avvenuta nel marzo del 1994, Charles Bukowski apprese da un amico che qualcuno lo stava gia’ dando per morto. Convinto che la diceria fosse frutto dell’invidia di qualche altro scrittore, Bukowski scrisse allora una poesia nel suo famoso stile assai diretto: «la vostra vigliaccheria / non sara’ dimenticata / e voi sarete / morti / molto / prima / di me». Sono

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trascorsi ormai diciotto anni dal giorno in cui un cancro sconfisse per ko tecnico all’ultima ripresa l’autore di Musica per organi caldi: minimum fax intanto ne ha pubblicato le lettere (Urla dal balcone, vol 1—, 1959-1969, pp. 228); Feltrinelli ha mandato in libreria Il Capitano e’ fuori a pranzo – (pp. 138), splendido, tremendo diario/testamento degli ultimi anni, percorso dalla consapevolezza che «la cosa terribile non e’ la morte, ma la vita che la gente non vive»; e Guanda ha proposto una biografia frutto dell’appassionato lavoro del britannico Howard Souness, volume di cui forse a prima vista non si sentiva la necessita’. Non perche’ – come ritenuto a torto da molti – Bukowski sia tutto sommato un «minore» e percio’ vada dimenticato; ma piuttosto a causa del fatto che in sei romanzi, alcuni volumi di racconti e numerosissime poesie Bukowski si era gia’ raccontato, ripercorrendo cronologicamente la sua esistenza con Panino al prosciutto (l’infanzia infelice nella Los Angeles tra le due guerre), Factotum (la giovinezza randagia dei mille mestieri precari in giro per

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l’America), Post Office (la maturita’ col lavoro alle poste lasciato

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dopo dodici anni per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura), Donne (il consolidarsi della sua fama letteraria), Hollywood, Hollywood (la trasposizione cinematografica della parte piu’ buia della sua vita) e Pulp (l’avvicinarsi della fine). Ma, grazie a una lunga serie di conversazioni con le persone che nel corso del tempo furono piu’ o meno vicine a Bukowski – il suo editore John Martin e la sua seconda moglie Linda Lee, innanzitutto, e poi amici, amanti, persino qualche parente di origini tedesche – e alla lettura della corrispondenza che Bukowski intrattenne con non pochi di coloro che nei suoi libri prima e poi finirono per diventare veri e propri personaggi letterari, Souness e’ riuscito con questa biografia a raccontarci un Bukowski talvolta sorprendentemente diverso dallo stereotipo che da sempre lo identifica nell’alter ego/compagno di sbronze Henry Chinaski. Certo, tra i due rimangono moltissimi tratti in comune; e la grande onesta’ della scrittura di Bukowski – qualita’ che forse piu’ di ogni altra lo ha fatto apprezzare se non alla critica ufficiale a tantissimi lettori – non viene messa in discussione:

perche’ nessuno ha saputo narrare con altrettanta efficacia la condizione del disadattato che vive ai margini del grande sogno americano. E pero’, ad esempio, al contrario di quanto riportato in Post Office, Bukowski per poter scrivere non lascio’ volontariamente l’impiego, ma venne costretto a dimettersi a causa delle troppe assenze accumulate; e se e’ vero che nell’immediato dopoguerra se ne ando’ di casa e sopravvisse a stento grazie a un’incredibile sequenza di lavoretti manuali, non si fermo’ piu’ di un pomeriggio in un mattatoio ne’ mise mai piede in una fabbrica di biscotti per cani, all’opposto di cio’ che amava raccontare. Cosi’, alla richiesta di un fotografo di farsi immortalare nell’atto di salire su un carro merci – metodo col quale sosteneva di essersi spostato per mezza America – Bukowski non ne fu capace; e per quanto riguarda l’aneddoto della riuscita del suo tentativo di farsi passare per pazzo alla visita militare, pare che invece venne scartato dopo essersi presentato volontario perche’ emotivamente inaffidabile. E, dopo la morte del padre, Bukowski si guardo’ bene di spendere l’eredita’ nei bar di Los Angeles, come asserito a piu’ riprese: «era un fottuto conservatore tedesco, una sorta di banchiere reazionario» ricorda un amico, «pagava tutte le bollette con la massima puntualita’ e aveva terrore dei debiti». Niente di tutto cio’, tuttavia, riesce davvero a demolire il mito del personaggio-Bukowski: la biografia di Souness piuttosto mette ancora meglio in luce come prendendo spunto dalle proprie vicende personali e spesso stravolgendole lo scrittore-Bukowski seppe costruire nel tempo un suo stile inconfondibile, che alla «semplicita’» di una prosa ispirata a quella di Hemingway e al ritmo dei brevi capitoli mutuati dall’opera di Fante univa una grande comicita’ e un iperrealismo solo bukowskiani. Il caro vecchio Hank, insomma, era un po’ piu’ fanfarone di quanto credevamo. Ma questo ce lo rende ancora piu’ simpatico. Fermo restando che la sua poetica «del rifiuto di adeguarsi alla convenzione dell’onesto lavoro in cambio di un’onesta paga, di accettare una posizione subalterna nella societa’ perche’ questo e’ l’ordine capitalistico» appare allo stato delle cose quanto mai attuale. Detto

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questo, ho amato moltissimo tutti i libri di Charles Bukowski detto Hank, e su tutti uno in particolare: Post Office. Il protagonista, Henry Chinaski, raggiunge vette di squallore e comicità in pagine che fanno ridere fino alle lacrime, e allo stesso tempo demolisce il mito del Grande Sogno Americano. Adoro Post Office. Non so quante volte l’ho riletto, e il solo fatto di pensarci mi fa venire voglia di rileggerlo ancora. Grazie Hank!!!

 

Istruzioni per l’uso: la ripetizione

08/10/2012

Nei miei romanzi uso lo strumento della ripetizione. Lo faccio dai tempi di Tutti giù per terra (1994). A volte si tratta di singole frasi, altre di interi paragrafi. Nel secondo caso, apporto variazioni minime. C”è chi apprezza la cosa e chi no. Chi non apprezza scrive nelle sue stroncature in Rete che lo faccio [...]

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