SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Libera Libreria Giuseppe Culicchia: London Calling

10/01/2013

 

 

Per chi è venuto al mondo nella seconda metà del Novecento, London Calling è il titolo di una canzone dei Clash. Ma per chi ha vissuto gli anni della Seconda Guerra Mondiale, era il segnale con cui si aprivano le trasmissioni della BBC, poi tradotto al cinema e anche in tivù con la celebre frase “Qui Radio Londra”. D’ora in poi, invece, London Calling farà venire in mente almeno a chi vorrà leggerlo lo splendido volume di Barry Miles, uscito un paio d’anni fa in Inghilterra e pubblicato oggi da EDT, il cui sottotitolo (parzialmente veritiero) recita: “La controcultura a Londra dal ’45 a oggi”. Scrivo parzialmente veritiero perché l’autore, nato nel 1943, ammette con onestà nella prefazione di aver dato conto nelle sue pagine della controcultura con cui da ragazzo e poi da adulto è entrato direttamente in contatto: ci sono dunque Francis Bacon e la London Free School, i beatink e il punk, ma manca per esempio la scena jazz. E poi perché gran parte di quella che all’epoca venne classificata come controcultura e in quanto tale non di rado più o meno violentemente avversata appartiene ormai ai classici contemporanei: da Dylan Thomas a Gilbert & George, con nel mezzo gli Angry Young Men, ma anche i Beatles e perfino i Sex Pistols. Sia come sia:

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London Calling è tante cose. Un catalogo certo non 6%, si tratta di una buona percentuale per una video slot. onnicomprensivo (visto il tema, non basterebbero altri dieci volumi) ma comunque poderoso, e soprattutto scritto in maniera assai godibile; una guida archeologico-sentimentale fatta di strade, facce, locali, gallerie, concerti, reading, opere; uno spaccato ricco di storie e di aneddoti sulla maggior parte dei protagonisti della Londra “alternativa” del secondo dopoguerra. Una città che, malgrado la fine dell’Impero di Sua Maestà e il tramonto dell’Occidente, resta per Miles il centro del mondo. Con un cuore

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che comincia a pulsare dalle parti di Soho, trasmettendo al resto del pianeta un’energia a tratti irrefrenabile. E’ come salire sull’ottovolante: si comincia con Poetry London, rivista fondata nel 1939 dal tamil Meary J. Tambimuttu, vera e propria incubatrice della scena underground londinese in quel di Fitzrovia (quartiere che sulle mappe non esiste, tra Fitzroy Square e Soho Square), e si finisce con l’eclissi della stessa possibilità che una scena underground possa ancora esistere dopo gli anni Ottanta, il thatcherismo e la brillante operazione mediatica dei cosiddetti Young British Artists. Ma tra un club e un’overdose, una libreria e una performance, prende forma un mondo. Scorrono dunque i quadri di Bacon e le acconciature dei teddy boy, i testi arrabbiati di John Osborne e le musiche psichedeliche di Brian Jones, l’atmosfera irripetibile del Flamingo e la nascita non casuale della Beat Connection, il reading poetico alla Royal Albert Hall che nel 1965 disgustò Allen Ginsberg e l’esplosione della prima Summer of Love, i libri visionari di J. G. Ballard e i cut-up allucinati di William Burroughs, e poi molti ex studenti della St. Martin School of Art e alcune bancarelle di Portobello Road, e poi ancora lo scandalo di Derek Jarman e le piscine di David Hockney, il situazionismo di Malcolm McLaren e il marketing applicato all’arte di Charles Saatchi. Fino dunque all’altro ieri e praticamente ai giorni nostri, con i primi rave a base di ecstasy e le mostruosità nazi-pop del duo Jake e Dino Chapman. “Ormai l’underground era emerso ufficialmente, e di conseguenza non esisteva più”, conclude Miles. “Ciò che un tempo era privato adesso era pubblico. Appena dopo la guerra, essere d’avanguardia o underground significava essere fuori dalla portata dei radar. Il cittadino medio sapeva ben poco di quel che si faceva, e se l’avesse saputo ne sarebbe rimasto inorridito: pittura astratta, parolacce, nudità, convivenza, omosessualità, droghe”. Talmente diffuse queste ultime tra agenti di borsa, bancari, pubblicitari, professionisti dei media e rampolli della borghesia che il loro consumo non può davvero più essere considerato un’attività sovversiva, com’era stato per Timothy Leary. Ma tutto sommato, non importa. Quel che importa, a questo punto, è che uno come Barry Miles si sia preso la briga di inventariare tutto il possibile, tra ricordi personali, conversazioni occasionali, ritagli di giornale, autobiografie più o meno sincere e residuati vari. Chiunque per un motivo o per l’altro a un certo punto della propria vita abbia sentito il richiamo di Londra, “il posto giusto, l’unico da cui si gode una visione complessiva dell’universo intero”, a lettura ahilui ultimata (le pagine sono quasi 500, ma se ne vorrebbero di più) gli sarà grato.

Vintage: Underworld – 7 luglio 2003 – La Stampa

19/12/2012

  Freschi reduci da una sontuosa performance al Sonar di Barcellona, l’altra sera gli Underworld hanno dato una scossa all’Extrafestival di Torino nell’unica data italiana del tour. Karl Hyde e Rick Smith, ex compagni di scuola a Cardiff, fin dall’inizio degli Anni 90 sono stati capaci di imporsi come pochi altri sulla scena della musica [...]

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