SHOPPING FOR BOOKS IS BETTER THAN PSYCHIATRY
Ovvero quando uno ha fatto il libraio non può più smettere di farlo

Vintage: Underworld – 7 luglio 2003 – La Stampa

19/12/2012

 

Freschi reduci da una sontuosa performance al Sonar di Barcellona, l’altra sera gli Underworld hanno dato una scossa all’Extrafestival di Torino nell’unica data italiana del tour. Karl Hyde e Rick Smith, ex compagni di scuola a Cardiff, fin dall’inizio degli Anni 90 sono stati capaci di imporsi come pochi altri sulla scena della musica elettronica. E se e’ vero che nel frattempo hanno perso per strada il d.j. Darren Emerson, di sicuro non hanno perso la voglia di mettersi in gioco. «E’ cosi’ – sorride Kark Hyde, il piu’ loquace -. Per noi e’ molto importante metterci in discussione, improvvisiamo ogni sera. Non ci va di pianificare a tavolino, abbiamo voglia di divertirci. Cosi’ non usiamo pezzi pre-registrati, non prepariamo una scaletta, ci piace l’idea che suonare dal vivo sia una sfida». Dal primo whats viagra made of singolo sono trascorsi dieci anni. Eppure anche un classico come «Born Slippy», colonna sonora di «Trainspotting», sembra non invecchiare mai. «In realta’ e’ autobiografico, cosi’ come tutto quello che

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scrivo. Volevo raccontare la mia notte standard all’epoca, una specie di grido d’aiuto contro la dipendenza dall’alcool. Quando lo pubblicammo invece venne scambiato per una sorta di inno all’abuso di alcolici, e la cosa mi spiacque moltissimo. Per questo poi quando Danny Boyle lo utilizzo’ nel contesto giusto, fui molto felice». A fine Anni 80, con l’esplosione dell’Acid http://viagra100mgprice-discountone.com/ House, la musica e’ cambiata per sempre. Quanto ha inciso la stagione dei primi rave-party sulla vostra decisione di suonare elettronica? «Siamo arrivati tardi sulla scena rave, eravamo gia’ un gruppo dall’83 ma non facevamo techno. Pero’ eravamo fan dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream, e ascoltavamo un sacco di reggae-dub. A Cardiff non avevamo la possibilita’ di frequentare club all’avanguardia, e alla techno siamo arrivati ascoltando le radio pirata di Londra. Un giorno ci siamo resi conto che non saremmo mai diventati delle pop-star, e abbiamo deciso di fare dance perche’ era una forma pura di musica. Non avevi bisogno di girare un video per MTV, ti bastava avere a disposizione un computer e potevi far ballare la gente. La prima volta che siamo stati a un rave abbiamo pensato che era bellissimo, i ragazzi si divertivano e non c’era violenza come nei concerti rock». In concerto suonate come minimo due ore, e i vostri spettacoli sono totalizzanti. Techno-wagneriani. «Non ho mai pensato a Wagner, ma e’ vero che cerchiamo di coinvolgere totalmente il pubblico. La prima volta e’ http://viagra100mgprice-discountone.com/ stato a un festival di Glastonbury, dove suonammo per 18 ore con un sistema quadrifonico e un impianto luci in grado di creare vere e proprie sculture. Ci piace l’idea che il pubblico si senta come all’interno di un’installazione artistica». Nei vostri album c’e’ di tutto, dalla techno alla jungle, dal dub al rock. Ma in primo luogo c’e’ la tecnologia, con le sue strutture, i suoi ritmi, la sua poesia. La vera colonna sonora del nostro tempo privo di silenzi. «Il miglior pezzo di musica e’ quello della rush-hour a New York. Un giorno sono stato ad ascoltare le auto, i motori, le urla della gente, i treni della metropolitana: fantastico. C’e’ poesia nelle strade. Non siamo dei puristi, siamo eclettici: per questo ai puristi non piacciamo.

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Per me tutti i suoni sono utilizzabili. Ho imparato molto da Steve Reich». Torniamo agli esordi sulla scena rave. All’epoca i d.j. non stavano su un palco, non si capiva nemmeno da dove provenisse la musica. Era come se la techno avesse estremizzato il punk, annullando la divisione tra artista e pubblico. Ora invece molti d.j. sono vere rockstar. Un’involuzione? «Si’, e’ un peccato. Ma e’ anche comprensibile. Il background di molti di noi e’ proletario: e quando cresci in un contesto dove non ci sono molti soldi e’ bello stare in un hotel a cinque stelle e poterti vestire come ti pare e occuparti della tua famiglia. Il problema per noi e’ sempre stato di non farci fagocitare dall’industria discografica, che ti porta poco per volta a walmart drug prices cialis smussare gli spigoli, facendoti diventare un prodotto di massa. Per fortuna il successo ci e’ arrivato proprio quando abbiamo smesso di fare musica pop pensando alle classifiche e abbiamo cominciato a fare la musica che piaceva a noi».

Vintage: reportage dal Sonar di Barcellona – La Stampa 15.06.03

21/11/2012

Il Sonar compie dieci anni, e l’atmosfera di festa che si respira a Barcellona tra i centomila ragazzi venuti da tutta Europa a soffiare sulle candeline del festival piu elettr(onic)izzante del mondo contagia tutta la capitale catalana, a cominciare dalle spiagge di Barceloneta, affollate di clubber alla ricerca di un tuffo rinfrescante nelle rare pause [...]

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